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Superiorità: una malattia … delle tante …

 

La malattia del nostro tempo è la superiorità. Ci sono più santi che nicchie.

Così scriveva Honoré de Balzac nel “medico di campagna”.

Ma perché questo atteggiamento? E, a mio parere puramente personale: perché molti di noi sono affetti da questo complesso? In che cosa realmente consiste?

Una risposta potrebbe essere quella della ricerca per rimediare alla nostra insicurezza imponendoci di far sentire incapaci le persone a contatto con noi; nelle società, nelle amicizie, sulTenebre lavoro, in famiglia e nella vita coppia.

A volte è possibile riconoscere e, riconoscerci (questo serve l’introspezione e altre discipline. Per non cadere in questo tipo di tranello e altri) osservando le azioni aldilà delle parole.

In effetti, a volte la superiorità viene “mimetizzata” dietro ad una delle tante maschere umane, in questo caso la “falsa umiltà”…

Io sono il migliore.

Io ho le soluzioni migliori.

Io ne so più degli altri.

Io ho le conoscenze giuste.

Io … Io … Io … Anche l’asino quando raglia dice sempre io … Chiedo perdono all’animale “Asino”.

Guardano sempre dall’alto in basso ed il messaggio che fanno passare crea non pochi danni alla vita del prossimo.

Un atteggiamento sicuramente sgradevole, inopportuno e perché no? Importuno … Anche perché se ognuno di noi si ritiene o, dovesse ritenersi il migliore in una determinata materia, disciplina o quant’altro, nel tempo questo potrebbe tramutarsi in disprezzo verso gli altri.

Quindi non bisogna mai dimenticare di far accompagnare l’Io … Io … Io … Da una buona dose di umiltà e consapevolezza dei propri limiti.

Noi tutti, vivendo in questa società possiamo notare che essa, spesso e volentieri premia, riconosce come vincenti proprio coloro che si atteggiano o fanno i vincenti.

Ostentano – incantando le persone che a loro s’avvicinano – la loro superiorità salvifica indicando magari la strada da seguire o, dando pronte risposte agguantando – nel senso letterale della parola – una qualsiasi conversazione con frasi di sicuro impatto verbale e, togliendo in genere valore agli altri per farli sentire sminuiti e frustrati; e purtroppo il bello è che coloro i quali – in genere costoro provano timore dell’autorità – hanno a che fare con questo “autoproclamato vincente” provano un senso di sicurezza e quasi di gratitudine con questa vicinanza.

Il mito di Medusa – la quale aveva il poter di pietrificare chiunque avesse incrociato il suo sguardo – ancora vive.

Personalmente credo che, ogni persona libera nel pensiero, debba avere ben chiaro in mente un concetto: il superiore – sempreché abbia un senso parlare di superiore o inferiore – esprime la propria superiorità come visione del mondo, come esperienza che non ha bisogno di essere “esibita” o di essere ostentata facendola pesare sul prossimo per acquistare potere. E questo vale a mio parere anche nei rapporti di coppia.

Non vi è mai capito di vedere questo genere di persone argomentare alla pari, senza avere alcuna qualifica per farlo, con ingegneri, medici e quant’altro? Questi “Superior”, non sanno proprio trattenersi.

Voce alta e ben impostata, senza alcun cedimento nemmeno di fronte all’evidenza dei fatti.

Osservando bene la scena, vien da pensare che; quanto più essi mostrino di essere, tanto meno nel profondo del loro proprio essere sentono di essere (perdonatemi il rincorrersi di queste parole).

E la tragicomicità del tutto è che alla fine loro non si accorgono della figura grottesca che stanno facendo e noi, una volta che li vediamo per quello che sono, ci vien quasi voglia di aiutarli … Cosa impossibile o quasi … Perché questo genere di persone sono proprio convinte di ciò che fanno! Ebbene; qual è il punto? Il punto è sempre la nostra lucidità mentale in questi frangenti.

Non lasciamoci impressionare, facciamo sempre il possibile per rimanere fedeli alle nostre idee – che possono anche cambiare – ma soprattutto alla nostra autonomia e capacità di ragionamento evitando, di affidare la verità, per comodità, a chi la mette meglio in mostra o peggio, di averla. Argomentiamo, sempre, di volta in volta le nostre idee.

Nel vero scambio di opinioni non esistono MANIPOLAZIONI né tantomeno SUPERIORI o INFERIORI ma “solamente, ARRICCHIMENTO RECIPROCO …

Và mo là 😊

 

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Coppa del Marinaio …

Coppa del marinaio

 

  • Ingredienti: una bottiglia di vino bianco tipo regaleali (vino siciliano molto profumato).
  • Una bottiglia di cedrata.
  • Un bicchiere circa di brandy.
  • 2dl di succo d’arancia.
  • ½ bottiglia di acqua minerale gassata.
  • Alcune fettine d’arancia.
  • La polpa di un melone tagliata a dadini.
  • Una ventina di ciliegine sotto spirito.
  • Ramoscello di menta fresca.

Versiamo in un recipiente capiente (quello della Sangria va benissimo) il vino molto fresco. Aggiungiamo la cedrata, il brandy e il succo d’arancia. Mescoliamo e mettiamo in frigo per un’ora buona. Al momento di servire, uniamo l’acqua gassata, i dadi di meloncino (devono essere molto freddi), alcune fette d’arancia, un bel po’ di ciliegie sotto spirito (una ventina saranno sufficienti) e per finire un ramoscello di menta fresca.

Ricordiamoci sempre di bere con moderazione.

Pordono o … Non perdono

perdono

Il perdono, viene comunemente confuso – puro parere personale – con il “fingere o meglio, convincere se stessi che non sia successo niente”.

Questo atteggiamento che la maggior parte di ognuno di noi adotta, a volte – e non ditemi che non è vero perché faccio fatica a crederlo  – comporta sacrificio, sopportazioni le quali ci illudono, facendoci credere di essere brave persone che sanno perdonare tutti e tutto ma, che in realtà non fanno altro che farci reprimere rabbia e, con il tempo incrementarla.

Persone “candide e buone” ? FINZIONI, FALSITÁ che fanno del perdono un ricatto, un debito verso chi lo ha ricevuto.

Il perdono vero, autentico non accetta scambi esso, è gratuito.

Il vero perdono è al di là del giudizio, non possiamo perdonare a parole mentre, nei fatti conserviamo solamente risentimento e rabbia.

Un perdono così fatto, che comporta fatica sacrificio non è sano.

È necessario che comprendiamo innanzi a tutto, quando il torto ci viene rivolto, che esso è solamente l’espressione di “un limite dell’altro”.

Come scriveva e, amava ripetere Gandhi; il perdono è la qualità del coraggioso, non del codardo.

Quindi ripeto; se vedremo il torto subito nella sua “globalità del momento” vedremo anche il limite dell’altro che, in quel momento non poteva fare diversamente per, la sua fragilità, la sua umanità.

Quanti di noi, si sono trovati in simili frangenti; umanamente delusi, disillusi, fragili.

Capendo e, vedendo tutto questo “l’altro e noi”, il perdono verrà da sé.

Così facendo, con questo atteggiamento non ci porremo più, probabilmente, nemmeno la domanda: perdono o non perdono.

Vivendo noi stessi, stando su noi stessi probabilmente, non dovremo nemmeno porci più la domanda “perdono oppure no”? Questo perché non ci sentiremo più offesi dai limiti altrui anzi, molto probabilmente aiuteremo loro – a volte senza nemmeno esserne coscienti – a superarli.

Quindi cerchiamo di ampliare il nostro modo di vedere e percepire e sentire e pensare “l’ALTRO”, non solamente per quello che potrà darci o toglierci.

Largo all’umanità e alla spontaneità.

—ooo0ooo—

Quando ho camminato fuori dalla porta verso il cancello che avrebbe portato alla mia libertà, sapevo che se non avessi lasciato l’amarezza e l’odio dietro di me, sarei rimasto ancora in prigione.
(Nelson Mandela)

Essere un cristiano significa perdonare l’imperdonabile, perché Dio ha perdonato l’imperdonabile in te.
(CS Lewis)

Perdona i tuoi nemici, ma non dimenticare mai i loro nomi.
(John Fitzgerald Kennedy)

Siamo tutti impastati di debolezze e di errori; perdoniamoci reciprocamente le nostre sciocchezze: questa è la prima legge di natura.
(Voltaire)

Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!
(Gesù Cristo)

Oriana Fallaci…

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A_OrianaFallaci

L’abitudine è la più infame delle malattie perchè ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte. Per abitudine si vive accanto a persone odiose, si impara a portare le catene, a subire ingiustizie, a soffrire, ci si rassegna al dolore, alla solitudine, a tutto. L’abitudine è il più spietato dei veleni perchè entra in noi lentamente, silenziosamente, cresce a poco a poco nutrendosi della nostra inconsapevolezza, e quando scopriamo d’averla addosso ogni fibra di noi s’è adeguata, ogni gesto s’è condizionato, non esiste più medicina che possa guarirci.
(Oriana Fallaci)
… Agli uomini non interessa nè la verità, nè la libertà, nè la giustizia. Sono cose scomode e gli uomini si trovano comodi nella bugia e nella schiavitù e nell’ingiustizia. Ci si rotolano dentro come maiali. Io me ne accorsi quando entrai in politica. Bisogna entrare in politica per capire che gli uomini non valgono nulla, che a loro vanno bene i ciarlatani e gli impostori e i draghi. Uno entra in politica pieno di speranze, meravigliose intenzioni, dicendo a sè stesso che la politica è un dovere, è un modo per rendere gli uomini migliori, e poi s’accorge che è tutto il contrario, che nulla al mondo corrompe quanto la politica, nulla al mondo rende peggiori…
(Oriana Fallaci)

… Lottate, ragionate col vostro cevello, ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso, responsabile […] artefice di sé stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni libertà, la libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere…
(Oriana Fallaci)

… Però è bella la vita, è bella anche quando è brutta. […] “Nella vita c’è il sole, c’è il vento, c’è il verde, c’è l’azzurro, c’è il piacere di un cibo, di una bevanda, di un bacio, c’è la gioia che riscatta le lacrime, c’è il bene che riscatta il male, c’è il tutto e io ti amo”…
(Oriana Fallaci)

Il coraggio è fatto di paura..
Non si fa il proprio dovere perchè qualcuno ci dica grazie, lo si fa per principio, per sè stessi, per la propria dignità.
(Oriana Fallaci)